La depatologizzazione dell’omosessualità da parte della psicologia

Matteo Cataffi

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Matteo Cataffi

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Articolo scritto il 19 Maggio 2020

«L’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano che comporta l’attrazione sentimentale e/o sessuale verso individui dello stesso sesso.»
Queste due righe della World Health Association, per quanto banali possano sembrare, sono figlie di anni di impegno scientifico e politico. Un esito vittorioso di rivendicazioni dopo lunghi secoli di pregiudizi e violenze perpetrati verso gli omosessuali.
Nel 17 maggio 2020 cadrà il trentesimo anniversario della depatologizzazione dell’omosessualità da parte dell’OMS [World Health Associatiom, https://www.who.int/].
Per depatologizzazione intendiamo il lungo processo storico che, a fronte di forti evidenze scientifiche e un articolato sviluppo culturale, ha portato alla progressiva cancellazione dell’omosessualità dai vari elenchi ufficiali delle malattie mentali.
Di estrema salienza è la derubricazione della voce ‘omosessualità’ dall’International Classification of Diseases [https://www.who.int/classifications/icd/en/] avvenuta il 17 maggio 1990, data commemorativa di tale processo.
Prima di arrivare a quella data storica, quanto ha dovuto progredire la ricerca psicologica sull’omosessualità per raggiungere questo traguardo?

 

Da tempo immemore l’omosessuale è stato stigmatizzato da più e più forze: come un lascivo peccatore dalla religione, poi come un abietto criminale dalla giurisprudenza ed infine come un malato da curare con l’ausilio della medicina.
La medicina dalla metà del 1800 addirittura riteneva che ci fossero delle anormalità nell’ano e nel pene degli omosessuali. La logica era stringente: ciò che era diverso dalla norma era anormale, dunque patologico.
Questa ‘anormalità’ non era riscontrata nelle donne in quanto fino al XX° secolo risultava inconcepibile anche solo immaginare che la donna potesse avere una sessualità; era dunque impensabile che anche le donne potessero essere omosessuali.
La parola stessa ‘omosessualità’ è relativamente recente. Sarà infatti il giornalista ungherese Kertbeny [https://www.wikipink.org/index.php/Karl-Maria_Kertbeny] nel 1869 ad utilizzare la parola “omosessualità” per la prima volta. Scrisse un trattato nel quale si opponeva fortemente alla legge prussiana che, appunto, condannava l’omosessualità come un crimine.
E’ degno di nota che fino ad allora non si veniva accusati di essere omosessuali bensì di aver compiuto pratiche omosessuali. Per quanto queste due accuse paiano simili vi è una differenza sostanziale: l’omosessualità era considerata un atto della persona e non una sua caratteristica identitaria. La considerazione sociale su larga scala doveva evolversi e passare dal concetto di ‘atto omosessuale’ a quello di ‘identità omosessuale’.

Nel corso dei secoli la scienza ha avuto un ruolo cruciale nel definire il concetto di omosessualità, ma non l’ha supportata da sempre.
L’omosessualità era vista come un disturbo, una condizione deviante dallo sviluppo ‘normale’ eterosessuale. I sintomi di tale disturbo erano comportamenti atipici per il sesso d’appartenenza ed ogni genere di affetto o sentimento verso i membri del proprio sesso.
I possibili fattori causanti tale disturbo erano l’eccessiva esposizione agli ormoni femminili nell’utero materno, ostilità o inadeguatezza paterna e l’abuso sessuale.
Edmund Bergler [https://en.wikipedia.org/wiki/Edmund_Bergler], psichiatra e psicanalista degli anni ‘50, diceva degli omosessuali «(…) come tutti i masochisti psichici sono sottomessi quando si confrontano ad una persona più forte, spietati quando detengono il potere e privi di scrupoli nel calpestare una persona più debole.»
Sebbene Bergler fosse uno psicanalista la sua opinione circa l’omosessualità non rappresentava l’unica posizione su tal argomento all’intero settore psicanalitico dell’epoca.
Infatti la pensava diversamente Sigmund Freud [https://it.wikipedia.org/wiki/Sigmund_Freud], con la sua “teoria dell’immaturità”. Lo psicanalista austriaco riteneva che l’omosessualità fosse l’esito di una fissazione non patologica lungo lo sviluppo dell’eterosessualità.
Freud sosteneva infatti che uomini e donne fossero bisessuali fin dalla nascita (la cosiddetta “teoria della bisessualità innata”) e che attraverso lo sviluppo psichico fattori esterni ed interni intervenivano portandoli ad essere eterosessuali.
Si esprimeva con toni rassicuranti riguardo i giovani che, nel percorso volto al raggiungimento dell’eterosessualità adulta, esprimevano sentimenti o attrazione per membri del loro stesso sesso.
L’omosessualità era quindi ‘solo una fase’ che sarebbe passata crescendo. Coloro che continuavano a praticarla in età adulta erano visti come immaturi. Sebbene l’accezione fosse benigna e non patologica non era ancora abbastanza.
Alla morte di Freud nel 1939 le sue teorizzazioni furono rigettate da molti psicanalisti, come Sandor Rado [https://en.wikipedia.org/wiki/Sandor_Rado].
Ungherese di nascita ma naturalizzato statunitense, Rado era fermamente convinto che l’omosessualità fosse biologicamente anormale e patologica.
Sulla base di tali teorizzazioni in America degli analisti iniziarono a ‘curare’ gli omosessuali con tecniche psicanalitiche non testate a sufficienza per essere ritenute né efficaci né effettivamente utili.
Figlio di questo pensiero fu il DSM-I, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali [https://www.psychiatry.org/psychiatrists/practice/dsm], redatto nel 1952 dall’ APA (American Psychiaric Association) [ https://www.apa.org/]
Il DSM-I annoverava l’omosessualità come un ‘disturbo sociopatico di personalità’ mentre la sua seconda edizione del 1968 la categorizzava come una ‘devianza sessuale’ così come venivano considerati il transessualismo, la pedofilia, la necrofilia ed il feticismo.

 

Dato che ideologie così ferocemente omofobe, dettate dai populismi e dalla morale religiosa, erano riuscite ad infiltrarsi così profondamente negli uomini di scienza c’era solo una cosa da fare: servivano prove concrete basate sul metodo scientifico e sulla ricerca empirica volte a disconfermarle.
Alfred Kinsey [https://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Kinsey] fu un vero innovatore in quanto decise di trattare tematiche controverse e ostracizzate come il sesso, la sessualità e gli orientamenti sessuali. Kinsey si interrogò su quanto diffusa fosse l’omosessualità e così somministrò dei questionari a centinaia di persone, che non facessero parte di alcuna popolazione clinica o psichiatrica.
Gli esiti della somministrazione dei suoi questionari (Kinsey report) rilevarono l’omosessualità in soggetti non clinico/psichiatrici in maniera più massiccia di quanto allora si immaginasse.
Un prezioso supporto a tali studi venne dall’antropologo Cellan Ford [https://en.wikipedia.org/wiki/Clellan_S._Ford] e dall’etologo Frank Beach [https://en.wikipedia.org/wiki/Frank_A._Beach].
I due studiosi condussero indagini culturali ed etologiche che andarono a confermare quanto rilevato da Kinsey. L’omosessualità si stava rivelando sempre più comune e diffusa di quanto la psichiatria del tempo si aspettasse, sia nelle altre culture che nel regno animale.
Questi studi erano volti alla normalizzazione dell’omosessualità attraverso dati puramente demografici ma quelli condotti da Evelyn Hooker [https://www.wikipink.org/index.php/Evelyn_Hooker] sensibilizzarono fortemente la comunità scientifica circa l’insensatezza della teorizzazione patologica dell’omosessualità.
L’approccio innovativo della Hooker consistette nel sottoporre soggetti omosessuali e soggetti eterosessuali, anch’essi non psichiatrici, ad una batteria dei test psicologici più importanti disponibili all’epoca per diagnosticarne eventuali disturbi. Da tali studi non risultarono segni di disturbi caratteristici degli omosessuali e portò tali risultati ai colleghi. L’acutezza della Hooker fu chiedere ai colleghi quali dei profili diagnostici appartenesse ad omosessuali e quali ad eterosessuali. L’incapacità di discriminare l’omosessuale solamente da un profilo puramente psicopatologico fu un campanello d’allarme per la comunità scientifica.

Davanti a tali prove furono in molti a cambiare idea, a modificare le proprie teorie e ad ammettere di essere stati fortemente influenzati dall’idea pregiudizievole ed arretrata che serpeggiava all’epoca.
Tali studi riuscirono persino a permettere il coming-out di psichiatri e psicologi, uomini e donne, che fino ad allora erano rimasti al nascosto temendo le ripercussioni lavorative portate dal loro orientamento sessuale.
Parallelamente ai cambiamenti accademici, anche fuori dalle aule universitarie era forte la volontà di rigettare l’ideologia omofoba che permeava la società occidentale da fin troppo tempo.
Un forte catalizzatore che sollecitò  l’impegno sociale a cambiare la propria opinione sull’omosessualità fu proprio l’attivismo gay.
Siamo nel giugno del 1969 quando i moti di Stonewall a New York City sancirono la rivolta della popolazione omosessuale verso le angherie subite dalla polizia e dal governo [https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall]. Le attiviste e gli attivisti americani erano uniti sotto un unico motto: “We are everywhere”. Decisero quindi, tra le tante rivendicazioni e azioni di protesta, di portare questo messaggio anche agli accademici.
Forti delle evidenze scientifiche portate alla luce dalle nuove teorie psichiatriche gli attivisti fecero irruzione al meeting annuale dell’APA nel 1970 e 1971.
Riuscirono ad ottenere l’attenzione degli psichiatri dell’APA e a tenere dei comizi educativi sullo stigma e su quanto esso impattasse sulla persona con un forte stress.
Questo stress è chiamato tecnicamente “minority stress”. Consiste in un malessere che, come indica il nome, interessa sempre più spesso le persone appartenenti a sottogruppi della popolazione generale, che per motivi di diversa natura (etnica, politica, culturale, religiosa o sessuale), vengono discriminate. Nel caso dell’omosessualità tale stress può manifestarsi con l’ “omofobia interiorizzata”; l’interiorizzazione, da parte delle stesse persone omosessuali, del pregiudizio verso l’omosessualità. Questa interiorizzazione le conduce a rifiutare il proprio orientamento sessuale, negandolo fino a provarne avversione (foriera dell’ ’omosessualità ego-distonica’).
A ciò si aggiunge lo “stigma percepito”: tanto più sarà pregnante la percezione del rifiuto sociale, tanto più alto sarà il livello di stress che conduce l’individuo a mantenere alta l’attenzione nei confronti dell’ambiente circostante.  Questo accadrà sia al fine di evitare di essere discriminato, sia per potersi difendere qualora ciò accadesse.
Eventuali episodi di discriminazione omofobica o violenze di altro genere subiti dal soggetto, non fanno altro che radicare nella persona un vissuto traumatico di paura.

Tali sforzi non andarono a vuoto, bensì riuscirono ad attualizzarsi in un cambiamento.
Venne indetto nel 1973 un referendum tra i membri dell’APA per la derubricazione dell’omosessualità dal DSM-III e la maggioranza dei 10,000 membri votanti (il 58%) decise di rimuovere la diagnosi psicopatologica di omosessualità dal DSM-III.  

Effettivamente l’omosessualità venne esclusa dal DSM-III, ma solo in parte. Nella redazione del DSM-III del 1974 venne effettuato un compromesso che non accontentava né una né l’altra parte: l’omosessualità venne divisa tra “ego-sintonica” ed “ego-distonica”.
In psicologia con ego-sintonico s’intende qualsiasi comportamento, sentimento o idea che sia in armonia con i bisogni della persona. Nel caso dell’omosessualità quindi un’espressione sana e accettata del proprio orientamento sessuale.
Con ego-distonico invece ci si riferisce a tali comportamenti, sentimenti o idee che invece non sono in armonia con i bisogni della persone, causandogli sofferenza psichica. La cosiddetta ‘omosessualità ego-distonica’ quindi rimaneva a pieno titolo all’interno del DSM-III, in quanto foriera di un vissuto doloroso.
Quello che non era chiaro a molti dei membri dell’APA fu che non fosse l’omosessualità stessa a portare un simile stress e dolore nella persona, bensì la percezione sociale pregiudicante e svilente nei suoi confronti.

Fu solamente nel 1990, quando l’OMS rimosse l’omosessualità dal ICD, che la distinzione tra omosessualità ego-sintonica ed ego-distonica scomparve; scomparve così per sempre la voce ‘omosessualità’ dal DSM IV, redatto tre anni dopo da quella data storica. 
Otto Kernberg, psichiatra americano, dichiarò nel 2006 «lo studio scientifico dell’omosessualità è senza dubbio un esempio dell’impatto deleterio che l’ideologia ha avuto sulla ricerca accademica.»
Il pregiudizio e l’ignoranza però brillano per ottusità e nemmeno le dichiarazioni APA e OMS bastarono a disincentivare Joseph Nicolosi [https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Nicolosi] nel praticare le sue “terapie riparative”, in auge dal 1980.
Nicolosi riprese le teorie sviluppate all’inizio degli anni ottanta dalla ricercatrice britannica Elizabeth Moberly, attribuendo l’origine dell’omosessualità alla cosiddetta famiglia triadica: padre distante, madre opprimente in senso freudiano e un figlio con una predisposizione genetica a diventare omosessuale.
Le “terapie riparative” non miravano a curare l’omosessualità (sarebbe stata una mossa alquanto incauta) bensì ad offrire una ‘possibilità di cambiamento’ a tutti gli omosessuali non entusiasti del loro orientamento sessuale (i sopracitati ‘omosessuali ego-distonici).
Affermava Nicolosi nel suo “Reparative Therapy of Male Homosexuality: A New Clinical Approach” «ognuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Queste infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. (…) Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo.»
Le teorie profondamente omofobe di Nicolosi, cammuffate da un ciarlare perbenista, furono profondamente criticate come pericolose dall’ APA (APA Maintains Reparative Therapy Not Effective, Psychiatric News, 15 gennaio 1999) in quanto la promozione di terapie riparative  rinforzi gli stereotipi e contribuisca ad un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.
La critica a Nicolosi si espanse anche in Italia e in occasione della sua presenza al convegno Identità di genere e libertà” del maggio 2010 anche Consigli Nazionale Ordine Psicologi espresse il suo dissenso.
Il comunicato [http://noriparative.it/] dell’ordine afferma che «Le terapie riparative, (…) non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità
Con la morte di Nicolosi nel 2017 e le perentorie dichiarazioni sopracitate non possiamo però scrivere la parola fine sull’accaduto. Un esempio lapalissiano del sostegno alle teorie riparative è stato il “World congress of families” tenutosi a Verona nel marzo 2019 [https://wcfverona.org/it/].
L’università degli studi di Padova, così come quella di Verona, si è espressa categoricamente contro tale congresso affermando «obiettivo principale del WCF è unificare, a livello internazionale, realtà conservatrici ed estremiste su istanze comuni quali la protezione/promozione della famiglia ‘naturale’ e la criminalizzazione dell’omosessualità». [https://ilbolive.unipd.it/it/news/congresso-sulla-famiglia-pericolosa-deriva-societa]


Torniamo alla depatologizzazione dell’omosessualità per conto dell’OMS nel 1990. Raggiunta una conquista di tale calibro i risultati nel corso degli anni in molti paesi furono molteplici:
(1) il rifiuto delle leggi che criminalizzassero l’omosessualità;
(2) la messa in atto di leggi che proteggessero i diritti umani di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali nella società e nel luogo di lavoro;
(3) la possibilità per le persone LGBT di servire il proprio paese nell’esercito;
(4) l’eguaglianza di matrimonio e la possibilità di unioni civili;
(5) la cancellazione nel 2018 della transessualità dal DSM; 
(6) l’adozione omogenitoriale.
Ovviamente tali diritti non sono ancora riconosciuti in tutto il mondo o non vedono la loro piena realizzazione. La lotta è stata lunga e non è ancora terminata: c’è ancora tanto da fare. La pena di morte, o altre pene differenti da quella capitale, per omosessualità persistono in svariati paesi del mondo.
Ma è per merito di queste persone con un forte amore per la verità scientifica e la libertà individuale se il mondo oggi è diventato un luogo più accogliente di quanto era un tempo.
Dobbiamo molto alle donne ed agli uomini che hanno ingaggiato questo “Stonewall scientifico” senza essersi mai fermati davanti ai pesanti stereotipi e pregiudizi che l’hanno fatta da padroni nei secoli precedenti.
Grazie a loro oggi possiamo celebrare e vivere questa nostra splendida e unica «variante naturale normale e positiva della sessualità umana» (APA). 

Matteo Cattafi

Bibliografia:
‘La depatologizzazione dell’omosessualità come presupposto per il benessere psicofisico delle persone gay o lesbiche’,V.Lingiardi, portale di informazione antidiscriminazione LGBT
(http://www.portalenazionalelgbt.it/la-depatologizzazione-dellomosessualita-come-presupposto-per-il-benessere-psicofisico-delle-persone-gay-o-lesbiche/index.html)
Istituto A.T. Beck, sezione omosessualità (https://www.istitutobeck.com/omosessualita)
‘L’omosessualità non è una malattia da curare’,NoRiparative (http://noriparative.it/)
-’Out of DSM: Depathologizing Homosexuality’,Jack Drescher, (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4695779/)
– Organizzazione Mondiale della Sanità,(https://www.who.int/)
APA Maintains Reparative Therapy Not Effective, Psychiatric News, 15 gennaio 1999
– “Minority stress: uno spettro nella comunità LGTB”,S. Salvaneschi
(https://www.bussolelgbt.it/2016/04/17/minority-stress-uno-spettro-nella-comunita-lgbt/)
– “Congresso sulla famiglia: una pericolosa deriva per la società” , Centro di Ateneo ‘Elena Cornaro’ per il saperi, le culture, e le politiche di genere
[https://ilbolive.unipd.it/it/news/congresso-sulla-famiglia-pericolosa-deriva-societa

 

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